Roma, studio
Dall’installazione frattale al codice colore
Ho voglia di fare monocromie per usare il pennello in modo libero, e ho l’esigenza, sempre presente in quello che faccio, di trovare un segno, un codice che renda chiaro da quali colori e in quale rapporto è composta una determinata tinta. Le prime soluzioni non mi piacciono.
Da un quadro rosso e blu mi viene l’intuizione di trasformarlo nel primo pannello di un’installazione che potrei definire frattale. Il primo pannello è diviso in 2 rettangoli orizzontali, uno rosso e uno blu; il secondo in 4, dimezzando l’altezza e mantenendo la larghezza, con il rosso e il blu alternati; il terzo in 8, e così via fino all’ottavo, diviso in 256 strisce.
Ogni volta che aumentano le strisce diminuisce lo spessore del pennello, e ogni volta sperimento tessiture diverse. Grande rigore nella struttura, una mascheratura accurata dei campi da colorare, e poi una grande libertà nel gesto.
Arrivato all’ottavo pannello, con strisce di un metro e venti di larghezza per poco più di quattro millimetri e mezzo di altezza, a una certa distanza i due colori si confondono. Decido di fermarmi: ho trovato la struttura compositiva per dipingere colori derivati dalla fusione di due primari.
Al centro del pannello successivo dispongo due strisce, una blu e una rossa, alte ciascuna un cinquecentododicesimo del quadrato, poco meno di due millimetri e mezzo. Su tutto il resto stendo il colore secondario nato dalla mescolanza uno a uno di rosso e blu. La chiamo monocromia secondaria a codice: il rapporto tra le lunghezze delle due strisce corrisponde al dosaggio dei due colori che genera il colore dipinto. Il rapporto dei primari sulla linea d’orizzonte definisce il dosaggio del colore sullo sfondo.
Con questa struttura realizzo quattro trittici, con dosaggi simmetrici e speculari. La regola è rigorosamente uguale per tutti e dodici i quadri; l’andamento delle pennellate e l’uso dei medium cambiano invece di trittico in trittico, a tre a tre.
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